A cena con i gargoyles

Sapete quando finivamo l’università, e le nostre mamme e i nostri papà ci dicevano, dai che ti fai una bella laurea che ti garantisce il posto di lavoro?
Ecco, questo non è un post a proposito di quello, i signori del Corriere ne hanno già scritti tanti, andate a leggerveli. Questo è, invece, un post a proposito di quando, ascoltando le nostre mamme e i nostri papà, ci andavamo a iscrivere alla facoltà di nostra scelta (che nel mio caso, per disgrazia dei miei ma per fortuna del resto del genere umano, non era medicina) e, a meno che non avessimo scelto ingegneria termonucleare o una delle pie facoltà medicamentose, bastava qualche rigo qui e là su un paio di fogli fotocopiati in segreteria, e kazam!, nel giro di cinque o venti anni si era maestri, avvocati, biologi. Bello no? E tutto al modico prezzo di qualche centinaio di euro al semestre, senza contare le borse di studio statali se vivevi in una palude padana o in una capanna nella Sila.

Invece qui, quando il pargolo decide di andare a studiare, i genitori si mettono a piangere, perchè i casi sono due, o le diecimila palanche (che è il costo medio di un corso di studio nel Regno Unito) le pagano loro, o le paga il figlio indebitandosi con le banche inglesi, che nei contratti hanno sempre la clausola “OPPURE una quota dell’anima dell’interessato”. Però, però, ci sono dei vantaggi: per esempio, se ti capita di riuscire ad entrare a Università come Oxford e Cambridge, non solo vivi in college con i gargoyles sulle guglie, ma con detti gargoyles ci si va anche a cena in una di quelle sale mensa stile Camelot dove le armature dei cavalieri defunti stanno in piedi ai quattro angoli della stanza a far la guardia agli invitati, e il Mastro delle Cerimonie seduto a capo del tavolo principale comincia il pasto dando una solida martellata al tavolo stesso (poverino).

A una di queste cene sono finita per uno scherzo del fato (hey, fato? ma ce lo ricordiamo che vengo dalla campagna?) la settimana scorsa, invitata come esterna da un professore che, probabilmente, non aveva idea. La martellata sul tavolo l’ho presa benissimo, e con l’aiuto di una signora gentile seduta di fianco a me (che approfitto per salutare, anche se non ho idea di come si chiami e probabilmente lei non sa leggere l’italiano) ho usato le forchette giuste per le pietanze giuste, i bicchierini e bicchierozzi giusti, mi sono alzata e seduta correttamente, e ho impostato il tono della voce a un livello accettabile per il contesto. A parte la magia della sala mensa di legno di quercia, i lampadari di cristallo, le sedie a trono, le martellate, le armature millenarie e Camelot, nonchè i passaggi segreti tra una stanza e l’altra del college, ho un paio di domande per i signori che gestiscono questo tipo di cerimonie, che spero non se ne dispiacciano:

1_Che tipo di pronuncia usate nelle preghiere in latino che dite prima del pasto? Perchè è le prima volta che sento il latino pronunciato in modo così appetitoso, e sarei interessata in lezioni per rendere la mia monotona conoscenza del latino un po’ più piccante (imparate, licei classici!)

2_Quanti minuti date ai convitati per finire una pietanza? Perchè se avessi saputo che avevo solo 2.67 minuti a disposizione per finire il salmone prima che il mio piatto si volatilizzasse magicamente, avrei evitato di intrattenere la signora di fianco a me con una conversazione sulle marmotte alpine. (Mi ridate il salmone per piacere?)

3_Fate scommesse su quanti convitati usciranno ubriachi dalla cena? Onestamente, non mi avevano mai chiesto così frequentemente se desideravo un refill di rosso o bianco – praticamente ogni volta che passavate, mi versavate di soppiatto un goccio che io bevevo ignara pensando, Caspita se va giù lento questo vino!

I gargoyles, ad ogni modo, si sono dimostrati più che umani e hanno dimostrato un insperato senso dello humour dietro la superficie granitica, il che ci insegna che anche i pietroni sanno godersi la vita. Ovviamente questo le Dolomiti lo sanno già, ma quella è un’altra canzone.

 

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