Portali stellari della mia via

C’è un paese in mezzo al mare, un po’ a forma di stivale, ma uno stivale solido, da pioggia. In fondo allo stivale, proprio al centro, riposa una cittadina che perfora il cielo con guglie e gargoyles (e a questo punto, se pensavate Parigi, cambiate latitudine). E a ridosso del fiume che fa da morbido appoggio alla cittadina, si adagia una via di case basse e strette, ognuna con una porta bella spessa che si apre una volta al mattino e una volta alla sera, rimanendo ben serrata per il resto del tempo. Sono case che si conoscono bene, queste, ma non si parlano, anzi in tutti questi anni (duecento suppergiù) non si sono nemmeno chieste reciprocamente il numero.

C’è una porta, però, che durante il giorno, si apre non due, ma tre, quattro, sei, nove volte, e magari anche due o tre di notte. La porta della casa in mezzo alla strada, al numero centoventiquattro: un vecchietto con le bretelle elastiche e sempre la stessa camicia a quadri, che entra e esce con una di quelle biciclette che dalle mie parti si chiamano ‘mussetto’ per il rumore e l’andatura, e fa un paio di giri del quartiere salutando studenti, accademici, netturbini, gatti, alberi e me staccando pericolosamente una mano dal manubrio, prima di pedalare indietro verso la sua porta rossa. Tom, perchè è così che si chiamano tutti i vecchietti delle favole e questo non fa eccezione, è la prima persona che mi ferma da quando ho cominciato ad abitare qui e ha un barile di domande tutte per me e un altro barile (d’annata) di storie della sua vita: alcune le ho già sentite dai miei vecchietti (la guerra, i todeschi, le migrazioni), altre mi mancavano (la discriminazione anti-irlandese, gli hyppy, l’industria metalmeccanica britannica nel 1960). La cosa strana è che, in questa strada silenziosa dove le porte sono così riservate, Tom vuole sapere assolutamente tutto dei miei viaggi, il mio lavoro, i miei nemici, e mi invita a bere un bicchiere di whisky a casa sua, invito che declino a malincuore perchè rifiutare whisky da un irlandese è un peccato mortale. Another time, magari un’altra volta, dico io, molto consapevole che il tempo mi sta scivolando via dalle mani come acqua e devo correre, correre, correre verso il prossimo impegno. Not a problem at all, nessunissimo problema, risponde lui tiracchiandosi le bretelle: My door is an open gateway to whiskey!, la mia porta è un passaggio sempre aperto verso il whiskey. Gateway, un portale verso qualcosa che permette di connettere due persone, due mondi (ricordate Stargate?).

Mi viene il dubbio che, mentre la porta di Tom è un gateway sul suo mondo (mondo piccolo, ma pur sempre un altro mondo), magari tutti noi altri, le altre porte intendo, non siamo gateways proprio verso niente, ma semplicemente porte solide che si aprono e si chiudono. Scrivo sul mio to do notes: lucidare pomolo, torta vicini, portali stellari.

 

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