Il nostro agente alla Weston Library

C’era una volta una ragazzetta che, da studente di lingue, si divertiva a uscire e entrare dalle lezioni di ingegneria civile, fisica quantistica e storia dell’arte post-moderna delle università statali di tutte le città che visitava in Europa, abusando del favore del tempo sui propri lineamenti, che la faceva sembrare una perenne diciottenne spaesata al primo corso. D’altronde, le università sono aperte a tutti. Così facendo, imparò abbastanza aneddoti sulla chimica e la fisica da riuscire a sostenere dieci minuti di barzellette quando era in compagnia di scienziati, e nonostante la sua totale assenza di sentimento per i numeri e le formule, fece amicizia con fisici e matematici che le spiegarono come funziona l’universo e un paio di altre cosette.

Dunque, spostiamo questa ragazza in prima persona, e spostiamola pure in un altro paese, in una città dove solo i migliori cervelli arrivano a scrivere, parlare, pubblicare. Perchè? E chi lo sa. Forse perchè le lezioni qui sono in doppio geroglifico e di una filosofia inarrivabile? Forse. O forse no. Insomma, un giorno la ragazza, io, scopro che nella biblioteca Weston (una biblioteca pubblica! costruita per il Popolo!) si tiene un seminario sui libri antichi. Di volata, mi prendo mezza giornata di ferie e mi presento, con il mio sorriso spaesato da primo corso e la mia faccia giovane (va bene, forse un po’ meno giovane) all’ingresso della biblioteca. Un armadio nerboruto mi si para davanti: “Dove vai tu?”.
Smagliante sorriso spaesato, mi faccio un po’ più giovane per l’occasione. “Al seminario!”. “Hai la tessera della biblioteca?”
“Non prendo libri. E’ solo per ascoltare.”
“Serve la tessera.”
“Ehm. Non ce l’ho. Come si fa?”. Mantenere un sorriso smagliante fa un male cane.
“Sei studente o lavori in università?”
“No. Ma lavoro con i libri!”
“Niente università, niente tessera.”
Damn.

Aspetto qualche minuto. Mi accorgo che ci sono degli armadietti per zaini giacche etcetera. Vado al bar dell’angolo, mi procuro una sterlina, aspetto che l’armadio si assenti un minuto. Mi ripresento in biblioteca, caccio il mio zaino in un armadietto, mi presento all’ingresso, dove un paziente libraio occhialuto mi osserva. Faccio bella mostra di pescare a vuoto nelle mie tasche, mi dò una pacca sulla fronte, e mi presento al bancone:

“Porti pazienza. Ho dimenticato la tessera nello zaino e il seminario inizia tra due minuti.”
“Ehm, ma io non ho un bottone per aprire. Possiamo chiedere a questa signorina che sta entrando” mi risponde il GGO (Gentile Gigante Occhialuto – ma questo staff della biblioteca lo ingaggiano tra gli ex campioni di wrestling?).
La gentile signorina sconosciuta mi apre e mi fa perfino strada fino alla stanza del seminario, dove mi siedo su una sedia che levate Luigi XIV e ascolto pazientemente per due ore un seminario che, sorpresa sorpresa, non è in doppio geroglifico, ma in semplice inglese e pure facile. Quando passano il foglio delle presenze, mi gratto la testa e mi scrivo, molto professionalmente: Jane Henrietta Dukakis, Mapplethorpe University, MHCH. Non voglio nemmeno sapere il risultato della ricerca di questo nome su google, per paura di finire in un sito di lap dancing.

Uscendo di soppiatto dal seminario (evito sapientemente il nerboruto che è tornato nascondendomi dietro al berretto a lampadario di una ottantenne), penso che Ungaretti, se non avesse potuto entrare liberamente alla Sorbonne quando era giovane, forse non sarebbe diventato Ungaretti.

 

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