Parole invisibili

Non molto tempo fa, qualcuno (probabilmente mio padre) mi ha detto di parlare soltanto quando ho qualcosa da dire. Ed io, che ho una predisposizione naturale per le regole ed i principi, ho deciso di attenermi a questa regola: se non ho nulla di significativo da dire, qualcosa che possa intonarsi al resto del discorso e cambiare il verso della conversazione, probabilmente me ne rimango zitta. Mi piace pensare che le mia parole siano come un fiume, che si inserisce nella valle e, col tempo, si scava un letto che, quando le parole finiscono, verrà riempito nuovamente dalla valle, finchè il fiume non torna a inserirsi nella valle, eccetera, eccetera. Insomma, il famoso speak low, speak slow and don’t say much di John Wayne (“parla basso, parla lento e non dire molto”) è diventato il mio cavallo di battaglia retorica.

In seguito, dopo anni trascorsi a farmi spazio tra i discorsi altolocati della middle class di Oxford, ho scoperto un altro tipo di parole, diverso dalle parole-corrente: le parole invisibili. Le parole invisibili agiscono esattamente come il vento: attraversano la valle, increspano la superficie dell’acqua, spostano le fronde degli alberi, ma non lasciano traccia alcuna dopo il loro passaggio. Sono parole che hanno il loro spazio nel vocabolario e nei discorsi, ma che vengono dette per coprire il silenzio, quando non si ha null’altro da dire. Parole senza alcuna pretesa di cambiare o aggiungere nulla: semplicemente, parole che riempiono l’attesa di altre parole. Ci sono interi discorsi, interi libri colmi di queste parole. Per esempio, si può usare il tempo atmosferico per riempire il silenzio in ascensore:

“Bel tempo oggi, vero?” “Pare di sì. Sfortunatamente il meteo ha messo pioggia per il pomeriggio.” “Che peccato. Bisognerebbe trovare un sistema per prenotare il bel tempo.” “Parole sante.”

Le lamentele a proposito della sicurezza stradale, dei prezzi dei beni di consumo e dell’aumento della criminalità sono altri tipi di argomenti adatti a coprire il silenzio in una conversazione con estranei. Altre parole invisibili provengono dalle aree vacanze e professione, di cui si può parlare se si conosce l’interlocutore ma non ci andrebbe esattamente al bar insieme per una bicchierino:

“Piani particolari per il finesettimana?” “No, non penso, probabilmente io e il mio libro, sul divano.” “Io e Annie probabilmente andremo alla mostra canina. Dicono che ci siano delle razze interessanti.” “Sembra una buona idea.” “Già.” “Già.”

Nota bene: le parole invisibili non provengono mai e poi mai dalla politica e dalle discussioni intellettuali. Le parole provenienti da questi ambiti sono tanto invisibili quanto blocchi di laterizio. Usare queste parole con estrema precauzione.

Dunque, ecco scoperta l’esistenza di una nuova categoria di parole. Parole che riempiono, parole che attutiscono, parole che suonano ma non risuonano. Parole come la crema nelle torte a tre strati quando non c’è più farina per il terzo strato. Parole di bell’aspetto, che fanno crescere forti gli alberi del business e della diplomazia. Insomma, parole a cui ci si deve abituare se non si vuole passare per sociopatici. Parole che si possono facilmente dimenticare per lasciare spazio alle altre parole, quelle essenziali, solide, che costruiscono memorie.

 

 

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